Bambini che rovinano le festività

Grandi notizie: stasera, direttamente da Milano, arriveranno i miei stivali preferiti!

E, ok, pure i miei genitori.

Ieri pomeriggio i bambini del vicinato sono passati dalla Stamberga a fare trick-or-treating. Adorabili. Certo che, però, avrebbero potuto scegliere un orario migliore per farsi vivi. ‘Sti cretinetti.

Non sono arrivati alle 16, quando eravamo arzille, pimpanti, parrucca-dotate e pronte a dispensare dolciumi.

Non sono arrivati alle 17, quando l’entusiasmo ha iniziato a calare e le parrucche a cedere.

Non sono arrivati alle 18, quando una specie di delusione strisciante ha iniziato a serpeggiare dentro noi: “Ma secondo te è veramente possibile che non vengano a casa nostra?” “Eh forse sì… in fondo siamo nuove nel vicinato, non ci conoscono…” “Ma… ma abbiamo comprato le caramelle apposta per loro!”

Alle 19, quando la tristezza era ormai stata soppiantata da una sensazione di pace interiore definibile come “TANTO MEGLIO” e stavamo per dividerci a metà il contenuto della ciotola-insalatiera, bam, ci bussano alla porta. Che simpatico tempismo. “Trick or treeeeeeeeeeeeeeaaaaaaaaaaat?!”. Oh ma che carini, oh ma che bei costumi, oh ma tu sei una zucca e tu un pirata, OH MA CHE CAVOLO DI STORMO DI CAVALLETTE CHE SIETE!

Almeno lasciateci un paio di jelly beans, che le caramelle costano.

Un po’ come i nostri costumi di Halloween. Spesa complessiva (in due) sei pound.

Se il disagio indossa un grembiulino allora è ok

No, ma non fa freddo.

Cinque gradi.

Una passeggiata.

Nella Stamberga aleggia, perfido e persistente, il Disagio. Gente che si raggomitola sotto il piumone e minaccia di non uscirne più. Gente che, seppellita in un angolo del divano, tossisce con dignità. Gente che medita se uscire o meno per comprare lo spruzzino alla propoli da Boots. Gente che trema dal freddo ma che si ostina a rimanere in infradito.

Oh beh!

Però è una bella giornata. Andrò in uno degli innumerevoli parchi che questa città possiede. Devo solo coprirmi con molta perizia. Ed emergere dal letto. Sì.

Ieri sera ho fatto il training nel posticino che vende cose fucsia e carine.

Ho già capito che da questo lavoro emergerà molto, ma MOLTO materiale perfetto per rendermi la Voce Narrante Probabilmente più Di Successo del Corrente Millennio Ma Anche di Quello Successivo.

Vi ho già detto del grembiulino. Forse non l’ho descritto nel dettaglio: è fucsia, svolazzante, con il bordo bianco, ornato con pois neri e tutto fru fru. E ha un taschino. Con un fiocchetto bianco a pois neri.

Non vi ho spiegato bene la natura particolare del negozio. Trattasi di Pop Up Shop, ossia una piccola ma adorabile vetrina per un brand giovane e innovativo che poggia più che altro sull’e-commerce.

In soldoni, una specie di chioschetto in mezzo al corridoio del centro commerciale Westfield. Però carino eh. E non è proprio “in mezzo”, ma in un bell’angolino protetto. E non è proprio un chioschetto, è un Pop Up Shop. Però ci siamo capiti.

Mi diverto un sacco. Principalmente perché non capisco una mazza delle mie mansioni e le altre ragazze continuano a dirmi “Non preoccuparti, è così all’inizio, ahahaha, poi ti sarà tutto chiaro, ahaha” e, quindi, ridiamo. Però sto diventando un asso nell’utilizzo della card payment machine, se non altro: son soddisfazioni.

C’è stato un enorme problema con la chiusura (non per colpa mia! Giurin giurello) e, tanto per cambiare, non ho capito niente della procedura ma la mia tutor mi ha gentilmente detto che giovedì me lo rispiega perché “honestly I’m not understanding a sssshit in here, so don’t worry if you are like «What the ffffuck?» because today is totally a shitty day and nothing is working, ffffuck”. Mi fido. Se poi giovedì devo fare chiusura da sola ridiamo tantissimo.

Però la capa dei capi mi ha regalato un ombrello, e non un ombrello qualsiasi, ma QUESTO Dunque le ho giurato eterno amore e ho deciso che resisterò a qualsiasi disavventura possa capitarmi tra le due mura e mezzo del Pop Up Shop. Beh, più o meno.

Poi vabè, c’è Gabriello.

Ieri sera, dopo il fantastico training, sono tornata a casa verso le 23 e mi sono piazzata quasi subito in camera mia&di Marta (d’ora in poi La camera dell’Ammore).

Dopo dieci minuti G. rincasa dal lavoro e urla: “CIAO!”. Al che Martina gli risponde – Ops, non vi ho ancora detto chi è Martina! È la fidanzata di Andrew e settimo membro della Stamberga fino alla fine di questo mese, è molto carina e pulisce sempre il lavandino del bagno di sopra, e solo per questo Tanta Stima – DICEVO, Martina gli risponde e pure io dico “Buona notteeee”.

Passano altri dieci minuti.

Suona il mio cellulare.

Gabriello.

?!?

“Pronto?!”

(voce bassissima) “Sììììì pronto Ale scusa se ti disturbo ma ho bisogno di una cosaaa..”

“Ma dove sei andato, scusa?”

“Io? Sono a casaa.. tu dove seii?”

“……. Ehm. Pure io….. ci siamo salutati prima…”

(urlo che sento provenire in simultanea dal telefono e dalla living room) “MA COME A CASA!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!???????”

Sì. Cose che succedono. Ma solamente a noi.

— Aggiorno per dire che nel giro di cinque minuti la “bella giornata” ha lasciato il posto ad un clima deliziosamente pre-ecatombe con tanto di vento mugghiante e nuvole che si addensano minacciose ovunque.

The Hoot Owl of Death

Ieri sera stavamo guardando Would I Lie to You quando uno dei comici ha raccontato che da ragazzino era solito disegnare ‘sto gufo della morte per poi recapitarlo simpaticamente ai suoi nemici mortali. Ora, visto che noi siamo NOI e non delle persone normali, abbiamo apprezzato MOLTISSIMO la storia e abbiamo adottato the Hoot Owl of Death come mascotte personale. Il gufo ha iniziato a campeggiare un po’ ovunque.

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Sto meditando di riportarlo in auge. Così, la prossima volta che Gabriello mi rovescerà lo yogurt dentro le ciabatte, oppure che il Mela si diletterà a lanciare i penny nella mia preziosa tazza di tisana alla menta piperita, si troverà affisso alla porta The Hoot Owl of Death e allora capirà, senza bisogno di adoperare troppe parole, che SONO CAZZI.