Scusate in anticipo

Poche cose nella vita mi fanno pensare “CHE PALLE” con la velocità e intensità che caratterizzano i “CHE PALLE” che sfrecciano nella mia mente quando qualcuno decide di raccontarmi i sogni che ha fatto la notte prima.

Ascoltare i sogni degli altri è, quasi sempre, molto noioso.

Raccontare i propri sogni è, d’altro canto, molto divertente, perciò scusatemi ma devo necessariamente propinarvi

Un racconto abbastanza dettagliato dei sogni che ho fatto nell’ultimo periodo

Sottotitolo: CHE PALLE

  • Mood: un misto tra Il Signore degli Anelli e Game of Thrones (del quale non so praticamente nulla, quindi in realtà è più come mi immagino Game of Thrones: armature, mantelli lunghi, torri scarsamente illuminate, paesaggi innevati e draghi che svolazzano in giro). Io sono un potentissimo stregone al servizio del bene che deve sconfiggere un altro potentissimo stregone (il quale è, chiaramente, profondamente malvagio). Decido di seguire il mio nemico e, per non farmi notare, mi trasformo in vento. La trasformazione in vento richiede molta concentrazione e consiste nel 1) Camminare a saltelli, 2) Agitare le mani in modo scomposto mentre si urla SONO UN ALITO DI VENTO SONO UN ALITO DI VENTO 3) Mantenere lo sguardo fisso sul nemico. Dopo qualche tempo il mio avversario, probabilmente captando la mia presenza, si trasforma in una vespa (altra creatura intrinsecamente malvagia) e vola via. E qui allora ecco il mio COLPO DI GENIO: decido a mia volta di prendere le sembianze di una creatura adatta a confrontare lo stregone/vespa e mi trasformo in un minacciosissimo MOSCERINO. La metamorfosi in moscerino richiede un processo meno impegnativo di quella per diventare vento,  perché infatti consiste nel ripetere a voce bassa e sommessa SONO UN MOSCERINO SONO UN MOSCERINO. In veste di moscerino tallono lo stregone/vespa per un periodo di tempo abbastanza lungo, fino a quando, non so come, il mio nemico capisce che sono proprio dietro di lui. A questo punto i miei ricordi si fanno confusi (forse TBS mi ha sentito urlare “SONO UN ALITO DI VENTOOOO” nel sonno e mi ha tirato una gomitata), fatto sta che il sogno si conclude nella cucina di mia mamma con lo stregone malvagio che, seduto al posto più scomodo del tavolo, mi guarda incredulo mentre mi infilo la federa di un cuscino in bocca urlando NON MI AVRAAAAAAAAAAAAAAAAI.
  • Non preoccupatevi: i prossimi sogni saranno decisamente più brevi di quello che ho appena raccontato, questo perché, purtroppo, non li ho raccontati nel dettaglio a nessuno e li ho dimenticati quasi del tutto. Sì, lo so, dispiace molto anche a me.
  • Nel secondo sogno venivo obbligata a fare il giudice in una gara importantissima di judo a causa della mia, come gli organizzatori continuavano a ripetere, “Grandissima esperienza in materia”. Ora fornisco un po’ di contesto per chi non conoscesse i miei trascorsi con lo sport in generale e con il judo in particolare: 1) A me lo sport fa schifo; 2) Quando ero alle elementari i miei genitori hanno bonariamente provato a farmi fare quasi tutti gli sport esistenti al mondo e io ho sempre reagito con “Non fa per me” (questo perché: vedi punto 1); 3) La mia grandissima esperienza in materia di judo consiste in tre lezioni fatte a nove anni (dopo le quali ho detto che, appunto, judo non faceva per me, in quanto: vedi punto 1). Per fornire ancora più contesto vi dirò che mio fratello e mio cugino Nick, che avevano iniziato a fare judo qualche mese prima di me, sono arrivati fino alla cintura nera (o era marrone? Boh, scusate, il judo non fa per me). Mia mamma, che aveva iniziato a fare judo insieme a me nel commovente tentativo di convincermi, è arrivata alla cintura gialla (o era arancione?). MA NON DIVAGHIAMO E TORNIAMO A NOI: alla fine riuscivo a non esercitare i miei doveri di giudice mettendomi a urlare “IO NON VOGLIO FARE NIENTE” e, di conseguenza, svegliandomi.
  • L’ultimo sogno che narrerò oggi mi ha fatto svegliare alle tre di notte pensando “GENIO” e “Questa è la trama perfetta per un romanzo fantasy/thriller/denuncia sociale”. Bene: non ricordo nulla, tranne che avevo dei poteri magici e volevo iscrivermi a una scuola di magia (sono cosciente del fatto che fino a qui è un plagio di Harry Potter), solo che per entrare in questa scuola di magia dovevo superare delle prove tremende, che mi facevano profondamente indignare. Non ricordo nulla delle prove, se si esclude il fatto che a un certo punto c’era una barretta snack di cereali e io mi rivolgevo agli esaminatori dicendo gelidamente VOI STATE SCHERZANDO SPERO.

Due precisazioni:

  • Non mi drogo.
  • Ho anche fatto di meglio (vedi sogno in cui ero uno gnomo – sogno che ho raccontato fino alla nausea dal 2006 a oggi – e sogno in cui ero un bellissimo pappagallo svolazzante).
  • STO AGGIORNANDO IL POST SOLO PER DIRE: COME HO FATTO A DIMENTICARMI DI QUELLA VOLTA IN CUI HO SOGNATO DI FAR PARTE DI UN DUO RAP CHIAMATO KEBAB SKILLS? COME?
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Ancora auguri, Coso.

Un paio di giorni fa ho avuto modo di rileggere un toccante romanzo di formazione (il blog che scrivevo su Splinder intorno al 2006 e che leggevano tre persone me compresa) (spiego per chi non lo sapesse: Splinder era una piattaforma per creare blog, era un posto bellissimo ed è stato chiuso nel 2012).

Questa lettura mi ha fatto ricordare l’EPISODIO forse anzi sicuramente PIÙ FORMATIVO DELLA MIA GIOVINEZZA:

La festa di Coso.

La festa di Coso è avvenuta, come è facile dedurre, intorno al 2006. Io andavo al primo anno di università.

Ma citiamo direttamente dalla fonte, ossia il toccante romanzo di formazione, ossia il mio compianto blog sull’altrettanto compianto Splinder:

Un paio di settimane fa Peus (N.d.A. mio fratello) è tornato trionfante a casa dicendo“Tandi Tandi (N.d.A. io) un mio amico dà una festa, sarà bellissimo, pieno di gente, dai su vieni e porta le tue amiche su su”. Avrei dovuto immaginare che sarebbe stata LA FINE quando, in seguito ad una mia richiesta di ulteriori delucidazioni, il fanciullo ha risposto candidamente: “No, non è proprio un mio amico… diciamo che è un conoscente di un mio amico… eh no, non so come si chiama, TI PARE?”.

Alla fine alla festa ci siamo andati. Io ho portato le mie amiche e Peus i suoi amici e anche un paio di cugini, insomma eravamo un bel gruppetto di persone E NESSUNO DI NOI CONOSCEVA IL FESTEGGIATO.

Arrivati nel luogo dei festeggiamenti (qua c’è da aprire una parentesi che però apro nel prossimo paragrafo altrimenti rovino la carica drammatica della narrazione) abbiamo scoperto che quasi nessuno degli invitati conosceva il festeggiato (ripensandoci, visto che gli altri invitati erano delle persone con un senso dell’umorismo a dir poco discutibile, può anche darsi che rispondere “Boh” alle mie domande sul padrone di casa fosse un simpatico scherzo).

*PARENTESI*

Mio fratello mi aveva detto che la festa sarebbe stata da qualche parte in Piemonte e invece era in Liguria. O forse era il contrario. Ma insomma, il succo del discorso è che mio fratello ha sbagliato regione. Per fortuna se n’è accorto prima della partenza (dieci minuti prima). Siamo quindi andati in treno fino in Liguria (o in Piemonte) e, una volta arrivati a destinazione, abbiamo scoperto che il passaggio in macchina che ci era stato promesso (probabilmente dal conoscente dell’amico di mio fratello) non era più disponibile. E che il luogo dei festeggiamenti era una casa isolata in cima a un cocuzzolo. Dopo cinquanta minuti di scarpinata in mezzo ai boschi (voi penserete: “Starà esagerando”. Ecco, NO) siamo arrivati nella casa del conoscente dell’amico di mio fratello e abbiamo scoperto A) Che l’amico di mio fratello non c’era e B) Che gli invitati erano quasi tutti sedicenni dotati di golfino di cachemire e nomi da rampolli dell’aristocrazia piemontese. O ligure.

La festa è stata, diciamo, interessante (interessante = orribile).

Non ricordo molto di quelle interessanti (orribili) ore, ma un’immagine non mi abbandonerà mai: io che alle 4 di mattina cerco di dormire su un materasso inzuppato di Baileys allietata dalle note di Maracaibo mare forza nove che qualcuno aveva lasciato on repeat nello stereo.

La mia amica Corgi ha dormito sdraiata per metà dentro un mobiletto.

Uno dei miei cugini ha, invece, dormito dentro un cespuglio in giardino.

Ciao.

L’Albero dell’Anno

Ho scoperto solo oggi che il Woodland Trust indice ogni anno un concorso per eleggere l’Albero dell’Anno, albero che andrà a rappresentare la Gran Bretagna a una competizione a livello europeo (European Tree of the Year).

Da quello che ho visto l’Italia non partecipa e questo mi fa sentire INDIGNATA, perché se c’è un albero che merita di vincere il vincibile è L’OLMO SECOLARE DI MERGOZZO (VB), che domina la piazza principale del paese dal ‘600.

Quadro_Canis
INDIGNATA.

Devo però accantonare momentaneamente il sentimento di indignazione che provo nel non poter sostenere l’olmo di Mergozzo, perché un altro albero ha bisogno di me: IL GELSO DI EVELYN (DEPTFORD, LONDON).

Perché voterò per il gelso (“Mulberry” in inglese) di Evelyn (che è un quartiere di Londra, chiamato così in onore di un suo famoso abitante, lo scrittore John Evelyn) (come sono professionale)?

  • Per senso di appartenenza. Non vivo propriamente a Deptford, ma sono abbastanza vicino per dire che è l’albero DELLA MIA GENTE. In più ho ricevuto un volantino nella casella della posta che mi invitava perentoriamente a VOTARE (scritto in maiuscolo) per il nostro albero, quindi eseguo.
  • Perché c’è una simpatica leggenda legata a questo gelso che è stata liquidata in due righe dal sito del Woodland Trust in quanto priva di fondamento storico.
  • Perché è sabato sera.

Bene: IO sono qui per dare voce alla ingiustamente taciuta LEGGENDA DEL GELSO DI EVELYN, così come mi è stata tramandata da preziose fonti (il volantino che mi è arrivato nella casella).

“Intorno al 1698 lo zar Pietro il Grande venne a Deptford per aggiornarsi sui nuovi sviluppi dell’ingegneria navale e prese in affitto dallo scrittore John Evelyn una casa a Sayes Court. Durante una serata pazza Pietro distrusse l’adorato agrifoglio di Evelyn e, per farsi perdonare, fece piantare il gelso – lo stesso gelso che possiamo ammirare oggi a Sayes Court Park”.

Fine.

John+Evelyns+Mulberry+Tree+Photo+credit+Martin+Smyth
PEACE.

Aggiorno mettendo il link per votare in una posizione più palese:

VOTA IL GELSO QUI.

(Ora si vede, Marta?)

Clotilde

Oggi mi sono svegliata pensando ad Attilio. Starà bene? È sempre lì al suo (meritato) posto o mia mamma ha approfittato di questi mesi di silenzio per farlo sparire definitivamente?

Mentre attendo che i miei interrogativi trovino risposta mi distrarrò parlandovi di Clotilde. CLOTILDE è una ciotola che non uso dai primi mesi del 2013 ma che ha per me un grandissimo valore affettivo. Clotilde si chiama Clotilde da oggi, 5 ottobre 2017, giorno in cui ho pensato “Che nome potrei dare a quella ciotola che amo profondamente da anni ma che non uso mai?” e mi sono risposta “CLOTILDE”.

Clotilde
Clotilde e la sua graziosa (inquietante) cannuccia laterale

Il mio primo incontro con Clotilde

Era autunno. Era il 2012. Marta e io vivevamo a East Acton e l’unica cosa simile a un supermercato raggiungibile a piedi dalla nostra abitazione (riassumo per chi non sapesse/non si ricordasse le caratteristiche base della Stamberga: situata di fronte alla prigione Wormwood Scrubs, dotata di un grazioso giardinetto che non veniva curato da MAI, sporca anche quando la pulivamo, un water per sei persone. In breve: un’esperienza), insomma, l’unica cosa simile a un supermercato eccetera era ICELAND. Iceland si occupa primariamente di surgelati, ma offre alla sua clientela anche altri prodotti adatti a chi vuole condurre una vita all’insegna dell’alimentazione equilibrata – come, ad esempio, caramelle gommose, biscotti al retrogusto di Ritz e cereali per la prima colazione.

Un giorno avevo voglia di Coco Pops e sono andata in missione con Marta da Iceland (specifico: durante i primi mesi le nostre finanze erano praticamente in comune. Andavamo a fare la spesa insieme, cucinavamo insieme, mangiavamo insieme, ci veniva voglia di mangiare la stessa roba in sincronia. Forse anche a lei era venuta voglia di Coco Pops, ma i ricordi sono nebulosi su questo punto).

Procediamo. Arrivate al supermercato abbiamo avuto una fantastica sorpresa: INSIEME AI COCO POPS C’ERA IN OMAGGIO UNA CIOTOLA.

CLOTILDE.

A questo punto sarà opportuno ricordare ai miei lettori che nella Stamberga non c’erano ciotole. Nella Stamberga c’erano due pentole, tre piatti in croce, qualche tazza e una manciata di posate. E poi è arrivata Clotilde.

Anche se Marta e io avevamo tutto in comune, Clotilde è stata mia dall’inizio (anche perché la mia roomie all’epoca non mangiava cereali la mattina. O forse cedermi la ciotola era stato un gesto carino da parte sua. O forse la ciotola le faceva schifo. I ricordi sono nebulosi su questo punto. In ogni caso grazie Marta tvb).

Ho fatto colazione con Clotilde fino a quando siamo state brutalmente sfrattate dalla Stamberga, ci siamo trasferite ad Hammersmith e siamo finite in una casa piena di ciotole (e anche piena di gente. Ma lasciamo questa storia per un’altra giornata autunnale, oggi non ho tempo e magari nemmeno voi).

Con il passare dei mesi ho smesso di usare Clotilde per la prima colazione, ma non ho mai smesso di volerle bene e l’ho sempre difesa dalle brutali minacce esterne. Ad esempio:

  • Quando qualcuno dei coinquilini la USURPAVA senza averne IL DIRITTO io dimostravo la mia furia cieca lavandola accuratamente e nascondendola dietro alle mille altre ciotole che, come ho già avuto modo di menzionare prima, possedevamo.  Ok, in realtà la mia furia cieca non la dimostravo (cosa posso farci se sono carina).
  • Una volta una delle mie ex coinquiline ha arbitrariamente DECISO DI BUTTARLA perché non veniva mai usata. Per fortuna Marta era presente e ha provveduto a salvarla. Ancora una volta, Marta grazie. Tvb.
  • Ho traslocato quattro volte in cinque anni ma Clotilde è ancora con me. In occasione dell’ultimo trasloco TheBlackSwan mi ha chiesto “Ma sei sicura che te la vuoi portare dietro anche questa volta?”, io ho risposto “SÌ”, fine del discorso.

IO TI DIFENDERÒ SEMPRE, CLOTILDE. ANCHE SE NON SEI COMODA PER FARE COLAZIONE E ANCHE SE QUELLA CANNUCCIA LATERALE LA TROVO FRANCAMENTE UN PO’ INUTILE. SEMPRE, CLOTILDE. FOREVER.

CIAO.

Guardare i film senza guardare i film

Sono passate quasi dodici ore da quando è successo, ma continuo a tormentarmi: ieri sera ero al cinema e quelli seduti di fronte a me, una volta finito il film, si sono messi a litigare furiosamente E NON HO CAPITO BENE LA DINAMICA DEL LITIGIO. La cosa mi fa soffrire tantissimo.

Unendo le nostre giovani menti TBS, Marta, Charlie e io siamo riusciti a ricostruire che il diverbio è stato causato da una questione di piedi: a quanto pare una tizia ha calpestato i piedi del suo vicino mentre si alzava per andare via e questo qua ha detto qualcosa tipo “Guarda che mi hai dato fastidio per tutto il film” (non saprei dire in che modo esattamente. Forse gli tirava le gomitate? O gli ha calpestato i piedi per due ore e mezza?) al che lei gli ha risposto urlando SEI VERAMENTE AGGRESSIVO e lui ha rincarato urlando ancora più forte SEI UNA PERSONA ORRIBILE ED ESIGO LE TUE SCUSE.

Come mai mi sto dilungando su questo litigio? Perché altrimenti dovrei parlare del film che siamo andati a vedere e non ho voglia di affrontare l’argomento, perché il film che siamo andati a vedere è IT.

Premettendo che ho paura di tutto, vi dirò che IT è guardabile. Questo se date per scontato che per tre quarti di film un clown di merda apparirà all’improvviso in tutte le salse (senza che nessuno senta il desiderio di vederlo) e, quindi, attuate dei metodi per guardare lo schermo senza veramente guardare lo schermo (io ho passato metà film a guardare il sedile davanti a me e ha funzionato. Molto interessante).

Specifico per chi starà pensando “Ma perché vai a vedere i film e non li guardi? Ma stai a casa no?”: EH. MAGARI. Io al cinema non ci sarei andata, o meglio, sì, ci sarei andata, ma a vedere qualcosa di adatto alla mia età (quattro anni e mezzo). Sono stati i miei AMICI (“amici” scritto in maiuscolo per sottolineare come la vita spesso si prenda gioco di noi) a COSTRINGERMI alla visione del film, ergo io ho dovuto comportarmi di conseguenza.

Il film, comunque (per quello che ho visto), è molto bello, ma se fosse stato una commedia preadolescenziale incentrata sulle biciclette, l’amicizia e i primi amori SENZA PAGLIACCI ORRENDI sarebbe andata meglio.

clown-dog
L’unico clown che posso tollerare e che è anche lui sick of this shit

Ciao.