Uno sproloquio riassumibile con: IO SONO L’AEREO

Poche cose stimolano la mia creatività come i viaggi in aereo e, allo stesso tempo, poche cose mi terrorizzano come i viaggi in aereo.

No, non è vero, “poche cose” un cazzo, io ho paura di tutto.

È vero, però, che prendere l’aereo mi regala quel miscuglio di emozioni contrastanti del tipo “Ah adesso scrivo il capolavoro letterario del quinquennio” (notiamo prego la modestia anche nei momenti di più intensa megalomania) e “Ah adesso moriamo tutti”.

Prendere l’aereo relativamente spesso (diciamo, in media, una volta al mese) ha consentito alla mia mente di partorire affreschi di metafore che ora sono di uso corrente (nella mia famiglia, si intende). Sto pensando alla frase “IO SONO L’AEREO” che ho scritto in questo delicato (insomma) capolavoro (insomma/2) per descrivere il mio atteggiamento quando sono, appunto, su un aereo, frase che è stata definita da una persona assolutamente imparziale (mio fratello) come: “Cioè, hai presente quando leggi un libro e l’autore è riuscito a descrivere perfettamente quello che tu hai provato diecimila volte senza però essere stato in grado di definirlo prima? Ecco, IO SONO L’AEREO mi ha fatto provare la stessa emozione”.

(IO SONO L’AEREO: io quando sono su un aereo, di base, non leggo, non dormo, non guardo film, non discorro amabilmente – cioè, sì, lo faccio, ma non in modo continuativo, perché ogni tot devo tornare alla mia occupazione principale di quando mi trovo a bordo di un aereo ossia ESSERE L’AEREO: fissare lo spazio davanti a me con concentrazione mentre registro ogni sobbalzo della vettura, ogni rumore, ogni variazione di pressione così che quando ci sarà il primo accenno di turbolenza io SAPRÒ prima dei miei compagni di viaggio e, a differenza loro, arriverò già preparata all’occasione senza dover sobbalzare e dire “Oh!”. Perché io lo so già. Perché io SONO L’AEREO)

Essere l’aereo è un’attività molto impegnativa, perché va coniugata con la mia prima Regola Di Vita: MAI DARE FASTIDIO AGLI ALTRI. Dunque io all’apparenza dovrò mostrarmi tranquilla e normale (converrete con me su quanto ciò sia difficile, specialmente il secondo punto) per non far preoccupare gli altri passeggeri e il personale di volo che potranno così continuare indisturbati le loro esistenze mentre io SONO L’AEREO.

Ma passiamo all’argomento principale di questo post, post che sta allegramente  quanto caparbiamente deragliando dai binari del senso e della dignità, e facciamolo in modo sintetico:

Sabato scorso ho preso l’aereo. Ero seduta nella fila numero nove. Seduto di fianco a me c’era il prode TBSw e, posizionati qualche fila davanti alla nostra, Marta e Charlie (Marlie).

Stavamo allegramente (INSOMMA) sfrecciando nell’aere da una mezzora quando ho notato una lieve agitazione tra il personale di volo. Essendo io L’AEREO, ho diretto la mia attenzione verso il Problema senza però riuscire a capire immediatamente cosa stesse succedendo. Dopo un lunghissimo periodo di tempo (mezzo minuto) una hostess ha annunciato a tutti i passeggeri (cito testualmente):

Vorremmo chiedere gentilmente ai passeggeri che hanno messo i bagagli nelle prime file di controllare le loro valigie, perché temiamo che si sia rotta qualche boccetta e ci sia una perdita. Vi preghiamo di controllare perché l’odore è veramente forte (quest’ultima frase l’ha detta con un’espressione preoccupata) (per amore di verismo aggiungerò che una sua collega, da dietro, ha aggiunto “Credo si tratti di uno spray nasale o di un olio essenziale”).

Come potrete facilmente immaginare SI È SCATENATO IL PANICO.

Il panico, ho però scoperto dopo, si è scatenato solo nella mia mente: i miei compagni di viaggio non hanno mostrato la minima preoccupazione all’idea di CREPARE AVVELENATI A BORDO DI UN AEREO SENZA VIE DI USCITA e hanno continuato a inspirare aria (che stava diventando lentamente ma inesorabilmente pregna di un forte odore alla menta) e a parlare tranquillamente tra loro: un comportamento INACCETTABILE e IRRESPONSABILE ai limiti del ridicolo.

Io ho agito come qualunque persona dotata di buon senso avrebbe fatto: sciarpa arrotolata intorno al collo, naso e bocca nella sciarpa, sguardi furtivi rivolti agli altri passeggeri per capire chi avrebbe iniziato a stare male per primo, altri sguardi furtivi rivolti a passeggeri e personale di volo che frugavano tra le borse, ulteriori sguardi furtivi al finestrino per capire se stessimo perdendo quota (chi lo sa, i fumi del pericoloso olio essenziale potevano avere raggiunto i piloti, E CHI STAVA PENSANDO A QUESTA EVENTUALITÀ? Nessuno, se non L’AEREO. Cioè io).

Nel frattempo TBSw mi guardava come si guardano gli scemi e ogni tanto mi diceva “Ma guarda che l’odore non si sente neanche”.

BAGGIANATE. Io ho continuato a sentire un forte odore di menta per almeno venti minuti.

Poi vabbè, forse si trattava anche del chewing gum che stavo masticando.

Ad ogni modo: sono sopravvissuta. L’odore di menta non era dovuto a un attacco chimico, bensì a uno spray nasale, o olio essenziale (mica ce l’hanno detto se l’hanno trovato alla fine! INACCETTABILE. L’aereo intero, cioè io, era in ansia, e certe cose vanno dette), o forse anche al chewing gum che stavo masticando.

Vorrei dirvi anche un’altra cosa a tema aereo ma ve la dico la prossima volta perché ho scritto troppo.

CIAO.

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Non per fare quella che sfodera proverbi MA il buongiorno si vede dal mattino

Ecco quindi un resoconto delle prime ore della mia giornata di oggi, mercoledì 8 novembre 2017:

  • Ore 6:30, mi sveglio.
  • ANZI. Ore 3:36, mi sveglio senza un motivo plausibile. Poi, però, mi riaddormento. Per fortuna.
  • Ore 6:30, mi sveglio.
  • Ore 7:45, esco di casa.
  • Ore 8:00, salgo sull’autobus (dettaglio importante: strapieno, perché è ovviamente ora di punta) e mi accomodo al piano di sopra.
  • Ore 8:10 ENTRIAMO NEL VIVO DELLA NARRAZIONE: scoppia un tafferuglio al piano di sotto e l’autobus si ferma. L’autista ci informa che siamo fermi perché stiamo aspettando l’intervento delle forze dell’ordine. Nella mia testa si formano scenari apocalittici e invece scopro presto che NO, che invece ci troviamo fermi in mezzo al nulla (e ci rimarremo per circa 17 minuti) perché un IMBECILLE non ha obliterato il biglietto e si rifiuta di scendere dall’autobus (nemmeno al scenografico invito dell’autista “GET OFF THIS BUS OR I’M CALLING THE POLICE!”).
  • Ore 8:25, la polizia non arriva, l’autobus non parte, arriva un altro autobus ma è strapieno e non possiamo salire, tutto scorre, niente si crea niente si distrugge IO SONO IN RITARDO e insomma vedo che sta per arrivare un ulteriore autobus e scendo rabbiosamente, decisa a guadagnarmi un posto a bordo. Salgo sull’autobus, non faccio in tempo a guardarmi intorno vittoriosa che L’AUTOBUS DOVE MI TROVAVO SEDUTA FINO A DUE MINUTI PRIMA RIPARTE. Senza aspettare la polizia. Mentre l’autobus dove sono adesso rimane fermo per altri TRE MINUTI CHE NESSUNO MI RESTITUIRÀ MAI.
  • Ore 8:40, sono a Elephant and Castle, forse ce la faccio ad arrivare dove devo arrivare per le 9, tengo accesa la speranza come i fuochi di segnalazione di Gondor.
  • Ore 8:41 l’autobus si imbottiglia nel traffico. Anche se siamo vicinissimi al marciapiede non possiamo scendere e farla a piedi perché, come ci comunica criptico l’autista, “Avreste dovuto saperlo”.
  • Ore 8:47 abbiamo fatto due metri di strada.
  • Ore 8:53 tre metri.
  • Ore 8:56 quattro.
  • Ore 8:57 l’autista ci apre finalmente le porte (sto parlando al plurale perché in questo viaggio di scoperta e crescita interiore condiviso con gli altri passeggeri l’io è diventato armonicamente un noi). Possiamo finalmente proseguire il nostro percorso, sì, certo, siamo in un ritardo a dir poco imbarazzante, ma in questo momento non importa, in questo momento siamo LIBERI.
  • Ore 8:57 poggio il piede destro sul marciapiede e si mette a piovere. Avrei voluto urlare AAAAAAAAAAAAA a pieni polmoni davanti al teatro The Old Vic, ma il mio autocontrollo ha avuto la meglio e ho risolto bofonchiando un “CHIARAMENTE” a mezza voce.

Questo post terminerà brutalmente perché mi sono innervosita.

Ciao.

CHIARAMENTE.

 

Scusate in anticipo

Poche cose nella vita mi fanno pensare “CHE PALLE” con la velocità e intensità che caratterizzano i “CHE PALLE” che sfrecciano nella mia mente quando qualcuno decide di raccontarmi i sogni che ha fatto la notte prima.

Ascoltare i sogni degli altri è, quasi sempre, molto noioso.

Raccontare i propri sogni è, d’altro canto, molto divertente, perciò scusatemi ma devo necessariamente propinarvi

Un racconto abbastanza dettagliato dei sogni che ho fatto nell’ultimo periodo

Sottotitolo: CHE PALLE

  • Mood: un misto tra Il Signore degli Anelli e Game of Thrones (del quale non so praticamente nulla, quindi in realtà è più come mi immagino Game of Thrones: armature, mantelli lunghi, torri scarsamente illuminate, paesaggi innevati e draghi che svolazzano in giro). Io sono un potentissimo stregone al servizio del bene che deve sconfiggere un altro potentissimo stregone (il quale è, chiaramente, profondamente malvagio). Decido di seguire il mio nemico e, per non farmi notare, mi trasformo in vento. La trasformazione in vento richiede molta concentrazione e consiste nel 1) Camminare a saltelli, 2) Agitare le mani in modo scomposto mentre si urla SONO UN ALITO DI VENTO SONO UN ALITO DI VENTO 3) Mantenere lo sguardo fisso sul nemico. Dopo qualche tempo il mio avversario, probabilmente captando la mia presenza, si trasforma in una vespa (altra creatura intrinsecamente malvagia) e vola via. E qui allora ecco il mio COLPO DI GENIO: decido a mia volta di prendere le sembianze di una creatura adatta a confrontare lo stregone/vespa e mi trasformo in un minacciosissimo MOSCERINO. La metamorfosi in moscerino richiede un processo meno impegnativo di quella per diventare vento,  perché infatti consiste nel ripetere a voce bassa e sommessa SONO UN MOSCERINO SONO UN MOSCERINO. In veste di moscerino tallono lo stregone/vespa per un periodo di tempo abbastanza lungo, fino a quando, non so come, il mio nemico capisce che sono proprio dietro di lui. A questo punto i miei ricordi si fanno confusi (forse TBS mi ha sentito urlare “SONO UN ALITO DI VENTOOOO” nel sonno e mi ha tirato una gomitata), fatto sta che il sogno si conclude nella cucina di mia mamma con lo stregone malvagio che, seduto al posto più scomodo del tavolo, mi guarda incredulo mentre mi infilo la federa di un cuscino in bocca urlando NON MI AVRAAAAAAAAAAAAAAAAI.
  • Non preoccupatevi: i prossimi sogni saranno decisamente più brevi di quello che ho appena raccontato, questo perché, purtroppo, non li ho raccontati nel dettaglio a nessuno e li ho dimenticati quasi del tutto. Sì, lo so, dispiace molto anche a me.
  • Nel secondo sogno venivo obbligata a fare il giudice in una gara importantissima di judo a causa della mia, come gli organizzatori continuavano a ripetere, “Grandissima esperienza in materia”. Ora fornisco un po’ di contesto per chi non conoscesse i miei trascorsi con lo sport in generale e con il judo in particolare: 1) A me lo sport fa schifo; 2) Quando ero alle elementari i miei genitori hanno bonariamente provato a farmi fare quasi tutti gli sport esistenti al mondo e io ho sempre reagito con “Non fa per me” (questo perché: vedi punto 1); 3) La mia grandissima esperienza in materia di judo consiste in tre lezioni fatte a nove anni (dopo le quali ho detto che, appunto, judo non faceva per me, in quanto: vedi punto 1). Per fornire ancora più contesto vi dirò che mio fratello e mio cugino Nick, che avevano iniziato a fare judo qualche mese prima di me, sono arrivati fino alla cintura nera (o era marrone? Boh, scusate, il judo non fa per me). Mia mamma, che aveva iniziato a fare judo insieme a me nel commovente tentativo di convincermi, è arrivata alla cintura gialla (o era arancione?). MA NON DIVAGHIAMO E TORNIAMO A NOI: alla fine riuscivo a non esercitare i miei doveri di giudice mettendomi a urlare “IO NON VOGLIO FARE NIENTE” e, di conseguenza, svegliandomi.
  • L’ultimo sogno che narrerò oggi mi ha fatto svegliare alle tre di notte pensando “GENIO” e “Questa è la trama perfetta per un romanzo fantasy/thriller/denuncia sociale”. Bene: non ricordo nulla, tranne che avevo dei poteri magici e volevo iscrivermi a una scuola di magia (sono cosciente del fatto che fino a qui è un plagio di Harry Potter), solo che per entrare in questa scuola di magia dovevo superare delle prove tremende, che mi facevano profondamente indignare. Non ricordo nulla delle prove, se si esclude il fatto che a un certo punto c’era una barretta snack di cereali e io mi rivolgevo agli esaminatori dicendo gelidamente VOI STATE SCHERZANDO SPERO.

Due precisazioni:

  • Non mi drogo.
  • Ho anche fatto di meglio (vedi sogno in cui ero uno gnomo – sogno che ho raccontato fino alla nausea dal 2006 a oggi – e sogno in cui ero un bellissimo pappagallo svolazzante).
  • STO AGGIORNANDO IL POST SOLO PER DIRE: COME HO FATTO A DIMENTICARMI DI QUELLA VOLTA IN CUI HO SOGNATO DI FAR PARTE DI UN DUO RAP CHIAMATO KEBAB SKILLS? COME?

Ancora auguri, Coso.

Un paio di giorni fa ho avuto modo di rileggere un toccante romanzo di formazione (il blog che scrivevo su Splinder intorno al 2006 e che leggevano tre persone me compresa) (spiego per chi non lo sapesse: Splinder era una piattaforma per creare blog, era un posto bellissimo ed è stato chiuso nel 2012).

Questa lettura mi ha fatto ricordare l’EPISODIO forse anzi sicuramente PIÙ FORMATIVO DELLA MIA GIOVINEZZA:

La festa di Coso.

La festa di Coso è avvenuta, come è facile dedurre, intorno al 2006. Io andavo al primo anno di università.

Ma citiamo direttamente dalla fonte, ossia il toccante romanzo di formazione, ossia il mio compianto blog sull’altrettanto compianto Splinder:

Un paio di settimane fa Peus (N.d.A. mio fratello) è tornato trionfante a casa dicendo“Tandi Tandi (N.d.A. io) un mio amico dà una festa, sarà bellissimo, pieno di gente, dai su vieni e porta le tue amiche su su”. Avrei dovuto immaginare che sarebbe stata LA FINE quando, in seguito ad una mia richiesta di ulteriori delucidazioni, il fanciullo ha risposto candidamente: “No, non è proprio un mio amico… diciamo che è un conoscente di un mio amico… eh no, non so come si chiama, TI PARE?”.

Alla fine alla festa ci siamo andati. Io ho portato le mie amiche e Peus i suoi amici e anche un paio di cugini, insomma eravamo un bel gruppetto di persone E NESSUNO DI NOI CONOSCEVA IL FESTEGGIATO.

Arrivati nel luogo dei festeggiamenti (qua c’è da aprire una parentesi che però apro nel prossimo paragrafo altrimenti rovino la carica drammatica della narrazione) abbiamo scoperto che quasi nessuno degli invitati conosceva il festeggiato (ripensandoci, visto che gli altri invitati erano delle persone con un senso dell’umorismo a dir poco discutibile, può anche darsi che rispondere “Boh” alle mie domande sul padrone di casa fosse un simpatico scherzo).

*PARENTESI*

Mio fratello mi aveva detto che la festa sarebbe stata da qualche parte in Piemonte e invece era in Liguria. O forse era il contrario. Ma insomma, il succo del discorso è che mio fratello ha sbagliato regione. Per fortuna se n’è accorto prima della partenza (dieci minuti prima). Siamo quindi andati in treno fino in Liguria (o in Piemonte) e, una volta arrivati a destinazione, abbiamo scoperto che il passaggio in macchina che ci era stato promesso (probabilmente dal conoscente dell’amico di mio fratello) non era più disponibile. E che il luogo dei festeggiamenti era una casa isolata in cima a un cocuzzolo. Dopo cinquanta minuti di scarpinata in mezzo ai boschi (voi penserete: “Starà esagerando”. Ecco, NO) siamo arrivati nella casa del conoscente dell’amico di mio fratello e abbiamo scoperto A) Che l’amico di mio fratello non c’era e B) Che gli invitati erano quasi tutti sedicenni dotati di golfino di cachemire e nomi da rampolli dell’aristocrazia piemontese. O ligure.

La festa è stata, diciamo, interessante (interessante = orribile).

Non ricordo molto di quelle interessanti (orribili) ore, ma un’immagine non mi abbandonerà mai: io che alle 4 di mattina cerco di dormire su un materasso inzuppato di Baileys allietata dalle note di Maracaibo mare forza nove che qualcuno aveva lasciato on repeat nello stereo.

La mia amica Corgi ha dormito sdraiata per metà dentro un mobiletto.

Uno dei miei cugini ha, invece, dormito dentro un cespuglio in giardino.

Ciao.