La poncho-insurrezione

Due ore e un quarto.

Due ore e un quarto che abbiamo vissuto incollate a quel malefico giochino di cui parlavo ieri. Le fermate della London Underground presenti in quel cavolo di disegno sono 75 e noi siamo ferme a 41 (per ora). Sono problemi. Anche perché ci siamo accorte solamente dopo un’ora e mezza di sofferenza che potevamo ingrandire sensibilmente l’immagine: che gioia quando l’ammasso gelatinoso al centro della composizione ha smesso di avere le sembianze di un uovo spetasciato per apparire, incontestabilmente, come Canada Water.

Quel quiz è sadicamente complesso, su questo non ci piove, ma va anche detto che io sono particolarmente ciola. Infatti The Black Swan, interpellato da Oltremanica in qualità di giocatore di supporto, ha indovinato al primo colpo King’s Cross pur non essendo – ancora – pratico né di London né di Underground. Io mica c’ero arrivata. Insomma, tutto bene tutto giusto fino a che gli ho chiesto lumi sul mago in alto a sinistra e lui mi ha risposto “PIMLICO”.

“E perché?!”

“Ah boh, non lo so, mi piaceva il nome”.

Poi siamo scese giù nella Living Room e abbiamo coinvolto nel quizzone anche Mela e Gabriello, i quali hanno indovinato al primo colpo cinque stazioni, mago incluso (Greenwich – anche se, detto sinceramente, questa soluzione non mi convince appieno, perché quello lì è un mago e non una witch). Ad ogni modo, registrato il nostro stupore, Gabriello ha detto candidamente “Secondo me voi mi sottovalutate”.

Il che è anche vero, eh, lo ammetto.

Però, per completezza di informazione, ora ci terrei a rendervi partecipi Di Ciò Che Accadde Quando Gabriello Volle Il Poncho.

È successo tutto qualche giorno fa, quando fuori casa c’erano 5 gradi e dentro casa 4 e mezzo. Dopo essersi avvolto nelle due orribili coperte lasciateci in eredità dalla M.R., Gabriello ha emesso con un sospiro: “Cavolo, quanto darei per avere un bel poncho caldo”.

E qui ho commesso il madornale errore di scrollare le spalle e dire: “Ma non è mica difficile, prendi una qualsiasi coperta e ci fai un buco in mezzo”.

Ecco.

Gabriello guarda prima me. Poi Marta. Poi una delle due coperte (un esemplare, per inciso, terrificante chiaramente originario dalla cesta delle grandi occasioni di Primark). Poi di nuovo Marta, che gli fa un cenno d’intesa come per dire “Hai il mio permesso”.

Ho compreso troppo tardi le intenzioni balorde del duo.
Ossia quando Gabriello è andato in cucina e ne è uscito brandendo un coltellaccio e un ghigno perfido.

“No. NO. NOOOOOOO MA CHE COSA VUOI FAREEEEEEEEEEEEEEE???!”

“Voglio fare UN PONCHO!!”

“MA LA COPERTA NON È TUAAAA!”

“SÌ GABRIELLO PROCEDI COL PONCHO, VAI VAI!” (Marta, tu quoque)”

“MA NON È NEMMENO ADATTA ‘STA COPERTA, È RETTANGOLARE, MICA QUADRATA, NON È UN PONCHO!”

“E INVECE È PONCHISSIMO!”

“NO!”

“P-O-N-C-H-I-S-S-I-M-O!”

“NO! E ALMENO USA UN PAIO DI FORBICI, PER LA MISERIA!”

“È PONCHISSIMO, PUNTO E BASTA!”

Oh, alla fine l’ha fatto, calpestando così la mia autorità.

Anche se non in modo irrimediabile, perché, perlomeno, ha usato le forbici.

(Pregasi ammirare la consueta perizia nell’uso di Paint).

Poi, due giorni dopo, la temperatura si è alzata di qualche grado e il neonato poncho è stato crudelmente abbandonato in un angolo dell’abitazione.

Ma nessun problema, perché l’atmosfera polare tornerà, eccome se tornerà. Sentiremo presto parlare di lui. Perché è ponchissimo.

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2 pensieri su “La poncho-insurrezione

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