Come rendere meno triste un saluto

Che palle i saluti di “arrivederci-ma-chissà-tra-quanto-(e-se-torno-tra-un-mese-mi-sotterro-dalla-vergogna)”.

Ieri, tra un caffè americano e promesse di sentirci presto su Skype, ho detto ciao alle mie colleghe moderniste Daniela e Letizia. Che tra pochi mesi potranno finalmente abbandonare le scartoffie su confraternite, manuali controriformistici e altra roba analoga per colonizzare il suolo europeo.

Oggi, nel peggiore bar di Caracas, ho abbracciato forte la mia amica Marta. Non quella che parte con me, quella che rimane (anche perché ha un lavoro ed è un insegnante coi controcazzi). E con lei, temo, rimarranno sul suolo italico le speranze di mantenere l’ordine e il rigore nella nostra abitazione londinese. Però mi sono attrezzata con una sua immaginetta da appendere in cucina, a mo’ di monito.

Comunque. Mi stacco dall’abbraccio e:

“Tandi, hai la patta aperta”.

Ah, che classe.

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